Marte-verità e bugie di 40 anni nello
spazio di
Alberto Musatti
Marte ha da sempre affascinato l'uomo...
dall'antichità, coi primi tentativi di scorgere la sua “rossa” superficie, ad
occhio nudo o con primitivi telescopi… fino ai nostri giorni, con lanci di
shuttle o navette spaziali tese a fornire informazioni visive sulla sua
superficie e sulla composizione del suo terreno. Le imprese progettate e
realizzate con destinazione Marte sono davvero moltissime: vastissima la
documentazione di cui oggi disponiamo, anche perché, seppur con alterne fortune,
si può dire che l'interesse verso di esso non sia mai diminuito.
Vediamo in breve una
scheda riassuntiva delle missioni realizzate sinora:
MISSIONE |
NAZIONE |
LANCIO |
SCOPI |
RISULTATI |
Mars 1 |
URSS |
1/11/62
|
Incontro con Marte
|
Persa a 106 milioni di km
|
|
Mariner 3
|
USA
|
5/11/64
|
Incontro con Marte
|
Fallita
|
|
Mariner 4
|
USA
|
28/11/64
|
Incontro con Marte
|
Riuscito il 14/7/65 con 21 foto
|
|
Zond 2
|
URSS
|
30/11/64
|
Incontro con Marte
|
Fallito il ritorno dei dati planetari
|
|
Mariner 6
|
USA
|
24/2/69
|
Incontro con Marte
|
Riuscito il 31/7/69, ricevute 75 foto
|
|
Mariner 7
|
USA
|
24/3/69
|
Incontro con Marte
|
Riuscito il 5/8/69, ricevute 126 foto
|
|
Mariner 8
|
USA
|
8/5/71
|
Incontro con Marte
|
Fallito durante il lancio
|
|
Mars 2
|
URSS
|
19/5/71
|
Orbiter e Lander
|
27/11/71 nessun dato utile
|
|
Mars 3
|
URSS
|
28/5/71
|
Orbiter e Lander
|
3/12/71 alcuni dati e poche foto
|
|
Mariner 9
|
USA
|
30/5/71
|
|
In orbita dal 13/11/71 al 27/10/72, ricevute 739
foto
|
|
Mars 4
|
URSS
|
21/7/73
|
Orbiter
|
Fallita l’immissione in orbita
|
|
Mars 5
|
URSS
|
25/7/73
|
Orbiter
|
Arrivato il 12/7/74, alcuni dati
|
|
Mars 6
|
URSS
|
5/8/73
|
Orbiter e Lander
|
Arrivati 12/3/74, pochi dati
|
|
Mars 7
|
URSS
|
9/8/73
|
Orbiter e Lander
|
Arrivati 9/3/74, pochi dati
|
|
Viking 1
|
USA
|
20/8/75
|
Orbiter e Lander
|
Orbita: 19/6/76-1980 Lander: 20/7/76-1980, ricevute
più di 50000 foto
|
|
Viking 2
|
USA
|
9/9/75
|
Orbiter e Lander
|
Orbita: 7/8/76-1987 Lander: 3/9/76-1980
|
|
Phobos 1
|
URSS
|
7/7/88
|
Orbiter e Lander per Phobos e Marte
|
Perso nell’8/88 durante il viaggio verso Marte
|
|
Phobos 2
|
URSS
|
12/7/88
|
Orbiter e Lander
|
Perso nel 3/89 vicino a Marte
|
|
Mars Observer
|
USA
|
25/9)92
|
Orbiter
|
Perso poco prima dell’arrivo il 22/8/93
|
|
Marsd Pathfinder
|
USA
|
4/12/96
|
Orbiter e Lander („sojourner“)
|
Immesso in orbita il 4/7/97
|
|
Mars Global Surveyor
|
USA
|
1996-2003
|
Orbiter e Lander
|
Immesso in orbita il 12/9/97
|
|
Mars 96
|
RUSSIA
|
16/11/96
|
Orbiter e Lander
|
Fallito durante il viaggio
|
Mars Pathfinder è stata la prima
sonda ad atterrare su Marte dopo 20 anni, quando le Viking 1 e 2 scesero per la
prima volta sul suolo del pianeta. Questa è stata una delle prime missioni NASA
della classe Discovery, studiate per poter essere sviluppate in tempi ridotti,
con costi contenuti ed obiettivi scientifici focalizzati. Dopo il Pathfinder è
la missione "Surveyor" che terrà impegnati i tecnici NASA per 7 anni; vediamone
gli sviluppi nel breve:
Mars Surveyor '98 Orbiter: Ha
descritto l'atmosfera marziana, con osservazioni sull'acqua presente
nell'atmosfera durante i cicli stagionali. Ha creato un ponte per la
comunicazione del mars Surveyor '98 lander.
Mars Surveyor '98 Lander: Ha
studiato le riserve d'acqua presenti e passate di Marte, la chimica, la
mineralogia e la topologia della superficie oltre a proseguire gli studi
atmosferici. Ha incluso due innovative microsonde per il terreno sviluppate
dalla NASA all'interno del programma New Millennium
Costo
combinato delle due missioni '98:
187 milioni di dollari + 26 milioni per le microsonde
Le ultime informazioni che pubblichiamo
riguardano le recenti operazioni del 2001:
Mars
Surveyor '01 Orbiter: Ha studiato la chimica e la mineralogia del suolo,
ricercando anche riserve d'acqua vicino alla superficie.
Mars Surveyor '01 Lander e Rover: Ha
studiato il terreno in una zona di 10 km dal sito scelto per mezzo delle
osservazioni del Mars Global Surveyor e del Mars Surveyor '98. Ha selezionato e
immagazzinato campioni per un possibile ritorno. Inclusa nei progetti una
piccola fabbrica di propellente.
Costo
previsto per lo sviluppo delle due missioni 2001:
circa 250 milioni di dollari
Ulteriori informazioni su queste missioni, di
cui proprio in questi giorni si legge qualcosa, disponibili prossimamente.
Il tormentone della “faccia di Marte”
Tutto cominciò nel
momento in cui gli enormi sforzi profusi dall’ingegneria spaziale di mezzo
mondo, videro i primi risultati concreti nelle poche immagini che ritornavano
dalle navette spaziali. Era il 1964 quando il Marineer 4 inviò le prime,
importantissime 21 foto. In quelle stampe erano concentrate le attese di tutta
l’umanità: erano anni in cui si guardava con grande interesse allo spazio, in
ottica fantascientifica oltre che scientifica; non c’erano solo le attese della
NASA, c’erano quelle di ufologi e appassionati di misteri, che vedevano in
Marte, in quanto così (relativamente) vicino alla Terra, un nodo cruciale per lo
sviluppo di queste tematiche.
Il vero
ed accesissimo dibattito ha inizio qualche anno più tardi, nella metà degli anni
’70, cioè nel momento in cui le sonde americane Viking 1 e 2 raggiungono
la superficie di Marte: era il 20 luglio ed il 4 settembre 1976, e gli archivi
fotografici della NASA si arricchirono di oltre 60.000 fotografie inviate alla
Terra. Fra queste, alcune in particolare hanno destato scalpore fra gli
ufologi.
Nella zona di Cydonia Mensa, nella piana di Acidalia, fra le rocce sembra di vedere traccia di alcuni manufatti
. Sembrano delle rovine: una cittadella, una fortezza, una serie di
piramidi, ma soprattutto, chiaro ed inequivocabile, il volto di una sfinge!
La struttura inquadrata dal Viking in due diverse occasioni, e con
luce differente, e' lunga un chilometro e mezzo e può ricordare un volto umano
“adagiato” sul suolo marziano. La foto venne scattata il 25 Luglio 1976,
appunto, nella regione di Cydonia Mensae, nella parte settentrionale di Marte.
La NASA rivelò l'immagine definendola una "insolita struttura a forma di faccia"
e dichiarò di ritenerla frutto di un'illusione ottica. Tuttavia, i primi esami
computerizzati dell'immagine, effettuati nel 1980, permisero di evidenziare la
probabile struttura dell'orbita relativa all'occhio visibile oltre alla presenza
della pupilla, della linea dei capelli, del mento nonché dello zigomo destro. La
NASA pensò di contrattaccare, per bocca dello stesso direttore della missione
Viking, il dottor Gerald Soffen, che ebbe a dichiarare come il successivo
passaggio al di sopra di Cydonia, avvenuto "poche ore dopo non aveva rivelato
nulla". Pertanto la faccia era una illusione.
Nella zona di Cydonia Mensa, nella piana di Acidalia, fra le rocce sembra di vedere traccia di alcuni manufatti
. Sembrano delle rovine: una cittadella, una fortezza, una serie di
piramidi, ma soprattutto, chiaro ed inequivocabile, il volto di una sfinge!
La struttura inquadrata dal Viking in due diverse occasioni, e con
luce differente, e' lunga un chilometro e mezzo e può ricordare un volto umano
“adagiato” sul suolo marziano. La foto venne scattata il 25 Luglio 1976,
appunto, nella regione di Cydonia Mensae, nella parte settentrionale di Marte.
La NASA rivelò l'immagine definendola una "insolita struttura a forma di faccia"
e dichiarò di ritenerla frutto di un'illusione ottica. Tuttavia, i primi esami
computerizzati dell'immagine, effettuati nel 1980, permisero di evidenziare la
probabile struttura dell'orbita relativa all'occhio visibile oltre alla presenza
della pupilla, della linea dei capelli, del mento nonché dello zigomo destro. La
NASA pensò di contrattaccare, per bocca dello stesso direttore della missione
Viking, il dottor Gerald Soffen, che ebbe a dichiarare come il successivo
passaggio al di sopra di Cydonia, avvenuto "poche ore dopo non aveva rivelato
nulla". Pertanto la faccia era una illusione.
Ma alcuni ricercatori, fra cui Vincent Di Pietro e
Gregor Molenaar, controllarono quelle asserzioni appurando che l'area in
questione era stata sorvolata per la seconda volta dallo stesso Viking non poche
ore, bensì trentacinque giorni dopo il primo passaggio. Si era dunque in
presenza di una seconda fotografia, nella quale si ripresentava l'immagine della
stessa faccia con gli stessi particolari. Risultavano presenti anche tutte le
strutture di contorno, prime fra le quali qielle che sembravano, ormai
nitidamente, maestose piramidi.
La più
alta di queste raggiungeva i 1600 metri. L'esistenza di due fotografie rendeva
ora difficile l'opera demolitrice della NASA. Tra l'altro, l'esistenza di due
immagini, riferite allo stesso oggetto, ripreso sotto differenti condizioni di
luce, dava la possibilità di realizzare un modello tridimensionale
computerizzato, il che significava identificare la costruzione indipendentemente
dai “giochi di luce”. A quindici chilometri da quella testa gigantesca compaiono
delle insolite formazioni rocciose che sembrano disegnare una fortezza
triangolare e ben sei piramidi a quattro e cinque lati, perfettamente definite,
se si considera l’eventuale accumulo di residui terrosi ai loro piedi .
La più
alta di queste raggiungeva i 1600 metri. L'esistenza di due fotografie rendeva
ora difficile l'opera demolitrice della NASA. Tra l'altro, l'esistenza di due
immagini, riferite allo stesso oggetto, ripreso sotto differenti condizioni di
luce, dava la possibilità di realizzare un modello tridimensionale
computerizzato, il che significava identificare la costruzione indipendentemente
dai “giochi di luce”. A quindici chilometri da quella testa gigantesca compaiono
delle insolite formazioni rocciose che sembrano disegnare una fortezza
triangolare e ben sei piramidi a quattro e cinque lati, perfettamente definite,
se si considera l’eventuale accumulo di residui terrosi ai loro piedi .
Un notevole passo avanti si ebbe quando Richard
Hoagland, naturalista ed ex-collaboratore della NASA, incuriosito dagli studi di
Di Pietro e Molenaar, iniziò insieme al suo gruppo una serie di studi
dettagliatissimi sulle singolari strutture rinvenute dai due ricercatori nella
regione di Cydonia, ma anche su diversi siti misteriosi rinvenuti nella stessa
zona. Ma soprattutto mise in evidenza le diverse relazioni significative tra le
loro posizioni reciproche, le dimensioni e gli orientamenti. Il risultato finale
fu che tali relazioni erano così complesse che appariva alquanto difficile
spiegarle come il frutto di semplici "coincidenze o del caso". Infatti nel suo
libro "The Monument of Mars", Hoagland, dimostra che le sei piramidi presenti
nella regione di Cydonia ed il volto scolpito sarebbero in realtà i resti di un
grande complesso, collocato in modo da essere rivolto sia al levar del sole che
al tramonto. Tale complesso sarebbe stato edificato su Marte circa 500.000 anni
fa in base a delle leggi di una geometria armoniosa ed analogamente agli antichi
templi e luoghi sacri presenti sulla Terra.
Tale
geometria sarebbe stata elaborata come un codice, come un messaggio matematico,
ai pianeti vicini! Inoltre, lo studioso americano scoprì ben presto che la
struttura più importante presente nell'area di Cydonia non era il volto ma una
piramide pentagonale che lo stesso Hoagland chiamò di D&M, in onore dei due
ricercatori Di Pietro e Molenar.
In
effetti, già due ricercatori avevano,
nelle loro analisi iniziali, riscontrato la presenza di un complesso massiccio
la cui forma denotava un'evidente regolarità. Hoagland successivamente, con
l'ausilio dei sofisticati elaboratori dello Stanford Research Institute, riuscì
ad ottenere una maggiore definizione delle immagini evidenziando che tale
complesso aveva effettivamente la configurazione di una grande piramide a base
pentagonale, con un asse di simmetria bilaterale diretto verso il volto.
Tale
geometria sarebbe stata elaborata come un codice, come un messaggio matematico,
ai pianeti vicini! Inoltre, lo studioso americano scoprì ben presto che la
struttura più importante presente nell'area di Cydonia non era il volto ma una
piramide pentagonale che lo stesso Hoagland chiamò di D&M, in onore dei due
ricercatori Di Pietro e Molenar.
In
effetti, già due ricercatori avevano,
nelle loro analisi iniziali, riscontrato la presenza di un complesso massiccio
la cui forma denotava un'evidente regolarità. Hoagland successivamente, con
l'ausilio dei sofisticati elaboratori dello Stanford Research Institute, riuscì
ad ottenere una maggiore definizione delle immagini evidenziando che tale
complesso aveva effettivamente la configurazione di una grande piramide a base
pentagonale, con un asse di simmetria bilaterale diretto verso il volto.
Un’incredibile geometria tetraedrica
Si può immaginare,
dunque, come Hoagland non si ponga più nemmeno il minimo dubbio sulla
possibilità che un’antica civiltà sia esistita; i suoi studi vanno ben oltre, e
si avvalgono in particolare della preziosissima collaborazione di Errol Torun,
tecnico del Pentagono e specialista del Servizio Cartografico del Ministero
della Difesa statunitense originariamente incaricato di indagare su tali
strutture al solo fine di smentirne la reale origine artificiale a cui Hoagland
ed altri erano favorevoli. Ebbene durante il suo studio raccolse così numerosi
elementi, a favore di questa ipotesi, da cambiare idea e schierarsi nelle fila
dei sostenitori dell'esistenza di un'antica civiltà su Marte. Lo studioso,
infatti, dopo attenti esami escluse qualsiasi ipotesi d'origine naturale
affermando che non si conosceva alcun fenomeno morfologico in grado di generare
una piramide pentagonale. Una simile struttura non esiste nè su Marte, nè sulla
Terra e tanto meno in altri pianeti del sistema solare. Torun evidenziò,
inoltre, come Cydonia fosse un concentrato di fenomeni geologici insoliti. Ma la
scoperta più sorprendente che lo studioso effettuò fu che la struttura
piramidale pentagonale non solo venne edificata secondo le sezioni auree
impiegate da Leonardo Da Vinci per il noto disegno dell'uomo all'interno del
cerchio, ma che gli angoli, le distanze e le costanti matematiche riscontrate
nella piramide di D&M sono le medesime che si trovano in tutta la regione di
Cydonia. Tali costanti si ottengono dividendo fra loro altre due costanti, di
cui la prima è E ( la base degli algoritmi naturali), l'altra è P (il rapporto
della circonferenza per il diametro del cerchio); E diviso per P dà il rapporto
di 0,865 che è una funzione trigonometrica ed una tangente ad arco dell'angolo
40,87. "Fatalità", l'apice della piramide si trova esattamente sul 40,87mo grado
di latitudine di Marte, come se le coordinate della sua posizione siano
codificate nella sua intrinseca geometria. Una geometria che lo stesso Hoagland
ha definito tetraedrica. A tale conclusione il ricercatore vi è giunto grazie al
lavoro svolto dallo studioso Stan Tenen, che da più di vent'anni si occupa dei
simboli geometrici che appaiono nei testi antichi. Tenen è riuscito a trovare le
basi della geometria che sarebbe all'origine della costruzione della piramide di
D&M attraverso la geometria sacra degli antichi templi terrestri quali
Teotihuacan (Messico), Giza (Egitto), Stonehenge (Inghilterra), etc. Infatti se
si posiziona un tetraedro, cioè una piramide triangolare, con la punta rivolta
al polo Nord di una sfera, gli angoli la toccano nella fascia di 19,5° di
latitudine. Ebbene, numerosi templi antichi della Terra sono collocati sulla
fascia di 19,5° di latitudine e così anche grosse strutture geologiche come ad
esempio i vulcani delle isole Hawaii. Inoltre va aggiunto che anche la famosa
macchia rossa di Giove, i vulcani spenti di Venere, il grande vulcano Olympus su
Marte, la macchia scura di Nettuno e la porzione più ampia delle macchie solari
si trovano tutti a 19,5° nord o sud di latitudine.
Per non appesantire l’argomento, abbiamo
deciso di tralasciare le altre tematiche esposte da Hoagland nei suoi studi. Ci
limitiamo ad osservare come egli non si limiti a trovare numerossissime ed
impressionanti “coincidenze numeriche” che legherebbero le strutture di Marte,
ma si spinge ad identificare in questi particolari punti terresti delle
possibili fonti di energia magnetica, collegate a porte spazio-temporali… con un
legame, a loro volta, col fenomeno (tutto terrestre?!?!?) dei “cerchi nel
grano”! Per chiunque fosse interessato ci può contattare.
Le missioni fallite e le spedizioni “Phobos”
Alla fine di agosto 1993 i mass media annunciarono
con grande risalto che la sonda spaziale americana Mars Observer, giunta proprio in quei
giorni nei pressi di Marte, aveva improvvisamente e inspiegabilmente interrotto
i contatti con la propria base sulla Terra (Pasadena, California). Ogni
tentativo di ripristinare la comunicazione si era rivelato inutile; la sonda
doveva considerarsi definitivamente perduta. Mars Observer era costato 980
milioni di dollari (circa 1600 miliardi di lire) ed avrebbe dovuto mappare la
superficie marziana, grazie ad apparecchiature sofisticate, capaci di rilevare
fino ad un metro e mezzo di grandezza. Tutto ciò in preparazione dello sbarco
umano sul pianeta previsto entro il 2020.
Gli esperti della NASA
dichiararono di non capacitarsi della improvvisa interruzione di
contatto. Qualcuno parlò di guasto di un transistor di bordo, altri di
esplosione, altri ancora di collisione con un corpo siderale (meteorite). Alcuni
autorevoli studiosi di Marte, quali ad esempio Mark Carlotto (specialista in
elaborazioni fotografiche), Tom Van Flandem (astronomo della Yale University),
David Webb ( membro della commissione spaziale presidenziale), e lo stesso
Richard Hoagland presero questo come pretesto per accusare pubblicamente la NASA
di aver sabotato la missione di proposito, o di far finta che la missione fosse
finita, allo scopo di nascondere al grande pubblico quello che la sonda avrebbe
potuto rilevare sulla superficie del pianeta rosso.
Nel mese di luglio del 1988, poi, grazie ad una
notevole partecipazione internazionale, l'ex-Unione Sovietica inviò verso Marte
due sonde denominate Phobos 1 e Phobos 2. Il compito principale di entrambe le
missioni era di fotografare la superficie del pianeta, raccogliere dati e
successivamente proseguire verso Phobos, una delle due lune di Marte.
Sfortunatamente la prima sonda era sfuggita al controllo a causa di un errore
d'immissione di dati nel computer di bordo. Phobos 2, invece, era riuscita ad
arrivare sino a Marte, nel gennaio del 1989, ed a collocarsi nella sua orbita
prima di trasferirsi in un'orbita parallela con la luna marziana. Infatti
l'obiettivo principale era quello di sondare dettagliatamente la piccola luna
con sofisticate apparecchiature, di cui alcune da collocare sulla stessa
superficie. Tutto sembrava procedere regolarmente fino a quando la sonda non si
allineò con il piccolo satellite. In effetti, il 28 marzo, il centro di
controllo della missione sovietica annunciò di avere improvvisi problemi di
comunicazione con la navicella. Gli stessi organi d'informazione sminuirono la
gravità dell'evento affermando che si stava operando in tutti i modi per
ripristinare i contatti con la sonda spaziale. Ma in realtà gli scienziati
americani ed europei associati al programma vennero informati attraverso canali
non ufficiali dell'effettiva natura del problema; fu detto loro che
l'interruzione delle comunicazioni era stata causata da un errato funzionamento
di un'unità di trasmissione. Il giorno successivo, però, mentre l'opinione
pubblica veniva rassicurata che i contatti sarebbero stati ripristinati, un alto
ufficiale della Glavkosmosa, l'agenzia spaziale sovietica, suggerì che in realtà
non c'era nessuna speranza. La sonda Phobos 2 era al novantanove per cento persa
definitivamente. A questo punto un alone di mistero iniziò a calare sull'intera
vicenda, ma venne ben presto squarciato quando iniziarono a trapelare, agli
organi d'informazione, determinate notizie. In particolare, il 31 marzo, un noto
quotidiano spagnolo, tramite un suo corrispondente da Mosca, pubblicò un
dispaccio decisamente sorprendente. Il testo affermava che: "il notiziario
televisivo Vremya aveva rivelato, il giorno prima, che la sonda spaziale Phobos
2, che stava orbitando attorno a Marte quando vennero interrotti i contatti,
aveva fotografato un oggetto non identificato sulla superficie di Marte qualche
secondo prima di perdere il contatto. Inoltre, continua il testo, gli scienziati
definirono inesplicabile l'ultima fotografia trasmessa dalla sonda, in cui si
vedeva chiaramente una sottile ellisse. Il fenomeno, era stato detto, non poteva
essere un'illusione ottica perchè registrato con la stessa chiarezza sia da
obiettivi a colori che agli infrarossi. Una tale notizia aveva a dir poco
dell'incredibile. Legittimi furono, a questo punto, i diversi interrogativi che
nacquero in merito a tale dichiarazione. Quali immagini stava trasmettendo
Phobos 2 quando si verificò l'incidente? Ma soprattutto, che cosa aveva causato
la destabilizzazione della sonda, un'avaria tecnica o un agente esterno? Le
risposte non tardarono ad arrivare.
Pressate dai
partecipanti internazionali alla missione, che chiedevano chiarimenti sulla
vicenda, le autorità sovietiche fornirono la registrazione della trasmissione
televisiva che Phobos 2 aveva inviato nei suoi ultimi istanti, tranne le ultime
inquadrature, effettuate pochi secondi prima che i contatti si interrompessero.
Tale sequenza mostrava due evidenti ed insoliti particolari o meglio ancora due
"anomalie". La prima era una rete di linee diritte nella zona equatoriale di
Marte, alcune erano brevi, altre più lunghe, altre sottili, altre abbastanza
larghe da apparire come forme rettangolari incise sulla superficie. La sequenza
televisiva era commentata in diretta dal dott. John Becklake, del Museo
Scientifico Britannico, il quale descriveva il fenomeno come sconcertante.
Difatti i disegni visibili sulla superficie marziana erano stati fotografati non
con il semplice obiettivo ottico delle sonde, ma con l'apparecchio ad
infrarossi. Quindi con uno strumento che fotografa gli oggetti utilizzando il
calore che irradiano e non il solo contrasto di luci ed ombre che può agire su
di essi. In poche parole la grande rete di linee parallele e di rettangoli, che
copriva un'area di circa 600 Km quadrati, irradiava radiazioni termiche. Per di
più era decisamente improbabile che potesse trattarsi di una sorta di
irraggiamento naturale dovuto a geyser o a concentrazioni di elementi
radioattivi sotto la superficie. In effetti sarebbe stato decisamente
impensabile che un fenomeno naturale potesse produrre un disegno geometrico così
perfetto. Inoltre, ad un ripetuto e dettagliato esame, il disegno appariva
inequivocabilmente artificiale. L'unico punto scuro, per lo scienziato, era il
non saper esprimere un parere sull'effettiva natura di tale formazione. Per
quanto concerne la seconda anomalia, rilevata dalla sonda, questa mostrava una
sagoma scura che poteva essere descritta come una sottile ellisse con i margini
molto netti, appuntiti invece che arrotondati. Inoltre i margini invece di
essere confusi risultavano perfettamente netti contro una specie di alone sulla
superficie di Marte. Secondo il Dott. Becklake, l'ombra poteva appartenere
solamente ad un oggetto collocato tra la sonda sovietica in orbita ed il
pianeta. Difatti era possibile vedere l'ombra sulla superficie sotto di essa,
inoltre l'oggetto era stato ripreso sia dalla macchina ottica che da quella agli
infrarossi. Becklake spiegò che l'immagine era stata effettuata mentre la sonda
si era allineata con Phobos ed aggiunse: "Hanno visto qualcosa che non avrebbe
dovuto esserci, i sovietici non hanno ancora fornito l'ultima fotografia, e non
possiamo immaginare di cosa si tratti".
Tali fotografie non vennero rilasciate e pertanto,
sul loro possibile contenuto, furono fatte solo ipotesi. Ci fu chi collegò
quest’ombra ellittica alla presenza di un’astronave madre extraterrestre
“parcheggiata” nel cielo di Phobos e fatta sparire all’istante tramite un
impulso di energia; fatto sta che proprio dopo aver trasmesso verso terra questo
fotogramma, la sonda scomparve "misteriosamente". Altri posero l’accento sulle
anomalie della superficie di Phobos, tali da lasciare a dir poco perplessi gli
scienziati sovietici. In effetti Phobos ha delle caratteristiche particolari
che, già in passato, hanno portato diversi scienziati a supporre che si potesse
trattare di un prodotto artificiale. Una delle principali peculiarità di Phobos
è il fatto che trasgredisce la regola propria di tutti gli altri satelliti del
sistema solare, cioè quella di girare, attorno ai loro pianeti più lentamente di
quanto i pianeti stessi ruotino sul proprio asse. La luna ad esempio, effettua
un giro in un tempo in cui la Terra compie 27 rotazioni. Phobos, invece,
effettua una vera gara di velocità con Marte; infatti il giorno sul pianeta
rosso dura 24h e 37m, mentre la rivoluzione del satellite è di 7h e 39m. In
effetti Phobos in tutto il sistema solare è l'unico satellite che presenti
"l'anomalia" di una rivoluzione, come definiscono gli astronomi, retrograda.
Inoltre, la luce prodotta dalla luna marziana è troppo forte e brillante per
essere un riflesso di materiale roccioso, il materiale che, normalmente, compone
tutti i satelliti. Gli astronomi hanno ipotizzato molto sulla possibile
spiegazione di quella luce ed alcuni di essi hanno concluso che si tratta di
materia metallica. Ora nessun corpo celeste ha una superficie metallica, ma ce
l'hanno i vettori spaziali ed i satelliti artificiali. Guardando, inoltre,
attentamente la superficie del satellite marziano non si può fare a meno di
notare particolari solchi o segni di "strade" che proseguono dritti e quasi
paralleli l'uno all'altro. La larghezza è quasi uniforme, tra i 230 e i 330
metri circa. La possibilità che questi "solchi" siano imputabili a fenomeni
naturali, ad esempio scavati dall'acqua corrente o dalle raffiche di vento, è
stata ampiamente esclusa, dato che su Phobos entrambe non sono presenti. Tali
"solchi" sembra che conducano o si diramino da un cratere che copre più di un
terzo del diametro di Phobos e i cui margini circolari sono così perfetti da
apparire artificiali. Difatti gli stessi scienziati sovietici hanno supposto che
ci fosse, in generale , qualcosa di artificiale in Phobos a causa della sua
orbita circolare quasi perfetta attorno a Marte, così vicina al pianeta da
sfidare qualsiasi legge del moto celeste. Phobos, ed in qualche modo anche
Deimos, avrebbero dovuto avere orbite ellittiche tali da averli lanciati nello
spazio o fatti precipitare su Marte, già da diverso tempo.
Da qui alcuni studiosi hanno pensato che la causa di
questa accelerazione fosse dovuta al fatto che il pianeta era più leggero di
quanto si potesse supporre! Il fisico I.S. Shklovsky, nel 1959, suggerì
un'incredibile ipotesi: Phobos, al suo interno, doveva essere cavo. E poiché
nessun corpo cosmico poteva essere cavo, bisognava concludere che Phobos fosse
di origine artificiale. Lo scienziato sovietico non è stato l'unico a proporre
un'ipotesi del genere; altri scienziati sovietici hanno ipotizzato sulla
possibile origine artificiale di Phobos, frutto, probabilmente, di una razza di
umanoidi estinti milioni di anni fa. Inevitabili e scontate furono le critiche
mosse contro tale ipotesi, ma in un rapporto dettagliato, pubblicato sulla
prestigiosa rivista scientifica "Nature", si menzionava la recente scoperta del
fatto che Phobos era molto meno denso di quanto si supponesse. In effetti,
l'interno della luna marziana doveva essere costituita di ghiaccio, oppure
vuota. Inoltre, sempre nel rapporto, erano menzionati anche i famosi e
"misteriosi" solchi. Questi ultimi erano definiti gallerie, le cui pareti
sarebbero costituite da un materiale più brillante della superficie della luna.
Ma la vera notizia sbalorditiva che determinò sconcerto, fu l'apparizione sul
satellite di nuove gallerie. In effetti nell'area ad ovest del grosso cratere
erano comparse nuove "scanalature" o "strade" che non erano presenti quando il
Marineer 9 e le Viking effettuarono le foto della piccola luna marziana. Dato
che su Phobos non esiste attività vulcanica, non ci sono tempeste di vento, nè
pioggia, nè acqua che scorre, in che modo si sono originate queste nuove
"scanalature"?. L'origine, probabilmente, era da imputarsi alla stessa causa o
movente che portò alla "misteriosa" perdita delle due sonde spaziali sovietiche
e, successivamente ed in modo ancora più insolito, di quella statunitense, il
Mars Observer.
L’altra faccia della medaglia: le speculazioni folli
Negli anni Ottanta cominciavano a circolare delle
foto palesemente contraffatte che mostravano alcune statue greche del dio Marte
adagiate sulla superficie del pianeta e tuttora negli Stati Uniti e' in vendita
una videocassetta intitolata Alternativa Tre, che racconta, come un
documentario, di un presunto sbarco segreto russo americano su Marte nel 1962.
Scopo della missione sarebbe stata la costruzione di una cittadella capace di
ospitare un numero ristretto di persone (scienziati, politici e militari)
scampati alla morte del nostro pianeta a causa dell'effetto serra. Il
documentario, una burla televisiva organizzata nel 1977 dalla tv inglese Anglia,
ha infiammato gli animi dei cultori del mistero al punto che, nonostante la
smentita dell'emittente, da allora circolano in Inghilterra e America libri che
presentano come vera l'intera storia e persino costosissime copie pirata del
programma, in videocassetta.
Quanto alla sfinge marziana, cosi' si e' espresso il
giornalista italiano Giovanni Caprara, responsabile della sezione astronomica
del Corriere della Sera, riguardo alla perdita del Mars Observer: "La perdita
della sonda per Marte e' stata una grandissima delusione, non imputabile certo
ad alcun boicottaggio. Si e' scoperto cosa e' successo. Si e' trattato di un
fatto di estrema banalita'. Tutto e' dipeso da un difetto del sistema di
propulsione, il guasto di una valvola che non era stata collaudata e che ha
cominciato a perdere gas durante il viaggio verso Marte. Al momento
dell'accensione del motore principale la sonda, satura di gas, e' esplosa.
Quanto alla sfinge marziana, non ho un'opinione, ma solo una sensazione ricavata
dall'esame delle foto che ci sono arrivate attraverso le sonde: ritengo che ci
voglia molta fantasia per affermare con certezza, come taluni fanno, che si
tratti di un manufatto prodotto dall'azione intelligente di qualche essere. Ma
se vogliamo essere pragmatici, non occorre molto per smantellare delle
convinzioni che sono legittime se personali, un po' meno quando si vuole
convincere la gente a tutti i costi. Basta guardare con molta umiltà la
successione di immagini sulle quali la presunta sfinge compare con una
illuminazione diversa per rendersi conto che si tratta di un'illusione ottica,
un'illusione tanto bella quanto irreale...".
Vanno inoltre evitati tutti i tentativi di
spettacolarizzazione dell’avvenimento, proprio per evitare quello a cui si
arrivò negli anni ’80, quando sui giornali di tutto il mondo furono
pubblicate le notizie piu' fantasiose. Secondo lo scrittore viennese Walter Hain
la sfinge di Cydonia sarebbe l'esatta replica del volto della Sindone. Hain,
oltre a riscontrare un'affinita' fonetica fra Cydonia e Sindone, ritiene di
scorgere sulla fronte del marziano i fori della corona di spine di Cristo! Altri
entusiasti hanno riconosciuto nel volto alieno le fattezze di Kennedy o di Elvis
Presley. Tutta da verificare è anche l’ipotesi di presunti legami tra Marte e la
terra d’Egitto (nata dopo la visione di una nuova foto in cui compariva una
“sfinge” identica al volto di Cydonia, con addirittura un danno al naso molto
simile a quello che si riscontra nella sfinge di Giza in Egitto); ancora,
all'altezza del polo sud marziano venivano identificate una serie di rovine
ciclopiche che ricordavano una citta' incas. Secondo Hoagland ci sarebbero molte
similitudini (invero discutibili) fra le piramidi marziane e quelle egiziane,
per forma, misure ed orientamento. Non per niente Il Cairo, in arabo, significa
Marte. L'idea che un'antica e forse perduta civilta' abbia colonizzato Marte,
per poi emigrare nell'antico Egitto, come nel film Stargate, ha preso
particolarmente corpo agli inizi degli anni Ottanta. Lasciamo al futuro l’ultima
parola…
La prova della vita su Marte

Dopo aver esposto gran parte delle argomentazioni
uscite negli ultimi anni su Marte, ci sembrava opportuno concludere dandovi
notizia di quello che possiamo definire “l’ultimo filone di ricerca” concernente
la probabile esistenza di vita sul pianeta rosso, ipotesi quest’ultima molto
meno fantascientifica, forse meno spettacolare, ma sicuramente più concreta. Un
gruppo di ricercatori americani del Johnson Space Center ( JSC ) e della
Stanford University ha trovato gli indizi della possibile esistenza di forme di
vita primitive, vissute più di 3,6 miliardi di anni fa sul pianeta Marte. La
ricerca, finanziata dalla NASA, ha portato al ritrovamento di molecole organiche
complesse, probabilmente di origine marziana; di minerali prodotti da attività
biologica e forse di microscopici fossili di organismi primitivi simili a
batteri, all'interno di una roccia marziana caduta sulla Terra come meteorite.
Il ritrovamente è stato fatto in realtà molti anni
addietro: il meteorite, denominato ALH84001, fu trovato infatti nel 1984 in
Antartide, durante la spedizione annuale del programma di ricerca di meteoriti
della National Science Foundation. E' stato conservato per le analisi nei
laboratori del JSC e la sua possibile origine marziana non è stata rilevata fino
al 1993. E' uno dei 12 meteoriti la cui composizione è simile a quella rilevata
dalla sonda Viking sul suolo marziano nel marzo 1976. ALH84001, con un'età tre
volte superiore, è il più antico dei 12 meteoriti marziani.
La roccia ignea del meteorite, delle dimensioni di
una patata e del peso di 2 kg, risale a 4,5 miliardi di anni fa, quando Marte si
stava formando. Si ritiene che la roccia abbia avuto origine sotto la superficie
marziana e sia stato intensamente fratturato da impatti meteorici che, nelle
prime fasi della formazione del sistema solare, hanno colpito intensamente i
pianeti. Tra 3,6 e 4 miliardi di anni fa, il tempo necessario a rendere il
pianeta più caldo ed umido, si pensa che l'acqua sia penetrata nelle fratture
della superficie rocciosa ed abbia formato un sistema idrico sotterraneo. Poiché
l'acqua era satura di biossido di carbonio di cui era ricca l'atmosfera
marziana, minerali a base di carbonio furono depositati nelle fratture in cui
filtrava l'acqua. In seguito, circa 16 milioni di anni fa, un enorme cometa o un
asteroide colpirono Marte, lanciando in aria il frammento di roccia con forza
sufficiente a farlo sfuggire all'attrazione gravitazionale del pianeta. Dopo
aver vagato nello spazio per milioni di anni, 13.000 anni fa incontrò
l'atmosfera terrestre, cadendo nell'Antartide come meteorite.
"Non abbiamo ancora nessun elemento che ci porti a
concludere che questa è la prova definitiva dell'esistenza di forme di vita nel
passato di Marte. Piuttosto si tratta di una serie di coincidenze" ha dichiarato
McKay, uno dei planetologi del JSC. "La scoperta dei ricercatori della S.U. è
importante, tra l’altro, per la scoperta di presenza di molecole organiche,
composti carboniosi che sono la base della vita; e diversi minerali, poco
comuni, che sappiamo prodotti anche sulla Terra da organismi microscopici
primitivi. Strutture simili a microscopici fossili avvalorano queste ipotesi
inoltre, e questa è una delle prove più evidenti, la presenza di tutte queste
caratteristiche in uno spazio microscopico. "Non diciamo che sia la prova
conclusiva, diamo alla comunità scientifica i nostri risultati per ulteriori
ricerche, verifiche, cambiamenti e, nel caso, critiche e disapprovazioni, come
parte di un processo scientifico in atto. “Quella cui siamo arrivati è
l'interpretazione più ragionevole e la sua natura è così estrema che potrà
essere accettata o respinta solo dopo che altri ricercatori avranno confermato o
meno i nostri risultati" aggiunge McKay.
Dalle ricerche effettuate non sarebbe da escludere la
partecipazione di organismi viventi alla formazione dei carbonati, alcuni dei
quali potrebbero essersi fossilizzati, in un processo simile a quello che ha
portato alla formazione dei fossili calcarei sulla Terra . Si tratta del piccolo
frammento di carbonato in cui i ricercatori ritengono di aver trovato un numero
di prove sufficienti a portare alla conclusione predetta. I ricercatori della SU
non hanno faticato a trovare quantità rilevabili di molecole organiche
denominate idrocarburi policiclici aromatici ( PAH ), concentrate vicino ai
carbonati. I ricercatori al JSC hanno trovato composti minerali associati
generalmente alla presenza di microorganismi e di possibili strutture fossili.
Il più grande dei possibili fossili ha una dimensione pari ad 1/100 del diametro
di un capello umano, la maggior parte ha le dimensioni di 1/1000 di capello
umano, piccoli al punto che circa migliaio di questi, disposti in fila indiana,
troverebbero posto nel punto che chiude questa frase. Alcuni hanno forma
ovoidale, altri tubolare; come aspetto e dimensioni sono estremamente simili ai
microscopici fossili dei più piccoli batteri ritrovati sulla Terra.
Molte delle scoperte effettuate dai ricercatori sono
state rese possibili dai recentissimi sviluppi tecnologici nella microscopia a
scansione elettronica e negli spettrometri di massa a laser. Solo pochi anni fa,
molte delle caratteristiche rilevate sarebbero state inosservabili. Benché studi
precedenti di questo meteorite e di altri di origine marziana avessero dato
esito negativo nella ricerca di possibili forme di vita, va considerato che
furono condotte senza l'ausilio delle tecnologie utilizzate recentemente e
quindi con basso potere d'ingrandimento. La scoperta, avvenuta recentemente, di
batteri terrestri di dimensioni estremamente piccole chiamati nanobatteri, ha
dato al gruppo di ricercatori la spinta a ripetere il lavoro ma ad una scala
molto più piccola che in passato.
I nove autori della ricerca sono McKay, Gibson e
Thomas-Keprta del JSC; C. Romaneck della University of Georgia; H. Vali, della
McGill University di Montreal, Quebec, Canada; Zare, S.J.Clemett, C.R.Maechling
X.Chillier della Stanford University.
Il gruppo di ricercatori comprende un'ampia varietà
di esperti come microbiologi, esperti in minerali, tecniche di analisi,
geochimica e chimica organica e le analisi condotte intersecano tutte queste
discipline. La composizione e la posizione delle molecole organiche dei PAH
trovate all'interno del meteorite confermerebbero l'origine extraterrestre di
quelle che i ricercatori ritengono siano state in passato forme di vita. Nessun
PAH è stato trovato all'esterno della crosta del meteorite ma la concentrazione
aumenta verso l'interno a livelli elevati e mai riscontrati in Antartide.
Vale
la pena concludere come, nonostante la diversità di approcci fin qui osservati
(fantascientifici per l’analisi delle immagini e scientifica per quella dei
meteoriti), l’interrogativo, più che legittimo, venga sempre e solo posto in
un’unica direzione: dove si nasconde la vita su Marte, o dove si è nascosta? La
soluzione la si avrà forse tra 11 anni, in quel fatidico 2012, che prevede il
primo sbarco umano sul pianeta rosso…
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