lunedì 17 ottobre 2011

ANARCHIA E POLITICA:gli obbiettivi



Una delle domande più comuni poste dagli anarchici che studiano parecon riguarda l'esistenza, o la non esistenza, dello stato in una società con un'economia partecipativa ben funzionante. Qual è il ruolo del governo, se ne esiste uno, nel mantenere un sistema pareconiano? Inoltre, che ruolo può avere lo stato nell'istituire un'economia partecipativa? Sono domande molto importanti, quanto meno perché nel ruolo attivisti che lavorano per un cambiamento radicale non solo nella sfera economica, ma anche in quella politica, siamo interessati a questioni di strategia e ad essere coerenti con i nostri ideali.
La risposta breve è semplice: no, non c'è niente nella teoria, nella letteratura esistente su parecon, che invochi necessariamente l'intervento dello stato o il controllo dello stato sull'economia.
Naturalmente, ci sono sempre i "ma"... le risposte soddisfacenti non sono mai così semplici, e né gli anti autoritaristi, né coloro che sono più disposti ad accettare varie forme di governo in una società rivoluzionaria, si accontenteranno di una risposta così semplice. Nel rispondere agli anarchici sulla domanda relativa a parecon e lo stato, è importante notare che i sostenitori di parecon non sono necessariamente in completo accordo su queste domande. Siamo d'accordo, però, che lo stato non ha alcun ruolo nell'economia nella misura in cui quell'economia abbia reso l'intervento non necessario. Per quanto possa apparire ovvio, quello è il punto fondamentale. Se avete compreso i concetti di base dell'economia partecipativa, non dovrebbe essere difficile capire perché una parecon dovrebbe poter funzionare - anche se forse in maniera non ottimale - in assenza di manipolazioni da parte delle istituzioni politiche. (Queste questioni sono affrontate brevemente in Domande e risposte su Parecon, di John Krumm).
Il governo e le funzioni economiche
Una dei fondamenti principali di parecon è la relativa separazione della sfera politica ed economica. Si assume che alcune questioni verranno gestite dalle istituzioni politiche, altre dalle istituzioni economiche. In qualunque società, i compiti per le questioni economiche vengono suddivisi facendo riferimento alle relazioni materiali: la produzione, l'allocazione ed il consumo di beni e servizi. Nel contempo, il governo, qualunque sia la sua forma, si occupa dell'organizzazione della funzione morale della società. Sia che si tratti di uno stato rigorosamente gerarchico e non democratico, o una serie di istituzioni slegate tra loro che coordinano attività quali la mediazione delle dispute (come nell' "ideale anarchico"), o qualcosa tra questi due estremi, il governo svolge una funzione che almeno in teoria può essere completamente rimossa dall'economia.
Nelle economie contemporanee, cosiddette miste, i governi si occupano della produzione, allocazione e consumo di beni e servizi pubblici. Ma dal momento che queste attività hanno un'importanza fondamentale nel modello di parecon, descritto in dettaglio da Albert e Hahnel, non c'è più bisogno che il governo si occupi di questi compiti, assumendo che l'economia partecipativa sia ben funzionante e sviluppata. È decisamente difficile per coloro che vivono nella società contemporanea, in cui il capitalismo coopera e si scontra con lo stato in così tanti modi, immaginare una società in cui l'economia sia organizzata (a) secondo principi di democrazia diretta, (b) fuori dal controllo delle istituzioni politiche.
Quasi ironicamente, quando molti anarchici fanno domande sulla necessità dell'intervento statale in una parecon, assumono di fatto che le istituzioni politiche dovranno essere impegnate nel "governo" degli affari economici, al fine di mantenere un equilibrio tra la popolazione (o la "comunità") da una parte, e le istituzioni economiche dall'altra. Ma così come in una società anarchica si può istituire un governo in modo che la gente sia il governo, anche la parecon garantisce che l'economia sia fatta dalla gente.
In realtà, sebbene i processi di una politica democratica siano per molti aspetti diversi da un'attività economica democratica, i principi-guida sono gli stessi: l'input nel processo decisionale in proporzione alla misura in cui si è influenzati dal risultato della decisione stessa. Naturalmente, sia la democrazia politica che quella economica richiedono trasparenza nel processo decisionale, oltre che la piena disponibilità di informazioni rilevanti per le decisioni. In verità, siccome l'economia è una "scienza" più tangibile della politica, è di fatto più facile determinare l'equità degli input e dei risultati in un'economia piuttosto che nell'arena politica.
A questo punto sorgono alcune domande. Una riguarda la relazione tra moralità e le decisioni prese in un'economia partecipativa. Parecon non è affatto "amorale" - molti dei problemi affrontati da parecon hanno contenuti particolarmente etici, specialmente laddove si promuovono opportunità e remunerazioni eque per tutti gli attori economici. Si affronta in dettaglio, sia implicitamente che esplicitamente, il problema dello sfruttamento del lavoro e delle risorse. Ma le teorie attuali sono limitate.
Per esempio, ci sono molte persone che credono che la "natura", dagli alberi agli animali alla terra, abbia un valore innato. Sostengono che la natura ha un valore che non si può determinare solo in base agli effetti ecologici o all'utilità per gli esseri umani. Per queste persone, l'interazione degli uomini con la natura, che si chiami economia o in qualche altro modo, è un problema di importanza vitale. Anche se la cosa può apparire estrema, dovremmo in teoria essere d'accordo sul fatto che tutta la nostra attività sociale deve tenere conto degli effetti sul mondo circostante. Mentre alcuni "umanisti" sostengono che la questione dell'impatto ambientale non debba estendersi oltre gli effetti evidenti sulla società umana e sul benessere sociale, molte persone (forse la maggior parte) respingono questo punto di vista. In altre parole, anche se si potesse dimostrare che l'estinzione di una certa specie per colpa dell'uomo non avrebbe alcun effetto sugli esseri umani o sulla società, in pochi sarebbero disposti ad accettare l'estinzione di quella specie, almeno senza che tale estinzione porti ad un beneficio notevole per l'uomo, o senza che vi siano alternative. Anche in questo caso, molti avrebbero dei problemi etici con l'estinzione causata dall'uomo, o anche lo sfruttamento di altre specie.
Ovviamente, è necessario che si verifichi un ulteriore sviluppo della teoria pareconiana, per incorporare dei meccanismi che introducano fattori ecologici solamente "etici" o "morali" in un'economia ideale, oppure dobbiamo assumere che si rende necessario un qualche intervento politico. È improbabile che un'economia puramente umanista possa soddisfare molta gente, dal momento che è per sua natura incapace di protegge l'ambiente "non umano " a meno che quest'ultimo non rientri negli interessi umani.
Che opzioni ci sono dunque? Una è quella di includere in parecon misurazioni quantitative degli effetti ambientali. Nella misura in cui l'impatto ambientale dell'attività economica a sua volta ha un impatto sugli esseri umani, il meccanismo dei "prezzi" di parecon segnala la necessità di scoraggiare tali attività con un costo sociale elevato, incoraggiando le attività che apportino dei benefici sociali. Ma qui la parola chiave è "sociale". Se si ritiene (secondo una definizione umanista standard di "sociale") che sfruttare gli animali porti ad un beneficio sociale, un'economia partecipativa renderà lo sfruttamento possibile.
Aggiungere dei meccanismi di misurazione qualitativa dell'attività pareconiana è sicuramente possibile, ma naturalmente sarebbero gli esseri umani a compiere questa valutazione qualitativa, basandosi su giudizi e decisioni più politiche che economiche, se veramente possiamo fare questa distinzione. In alternativa, un governo potrebbe imporre una regolamentazione dell'attività economica che risulta da un processo decisionale democratico, in base a considerazioni di tipo morale. In una società con potere legislativo, il sistema politico potrebbe emanare delle leggi che pongano dei limiti all'attività economica.
È probabile che questo dibattito sull'autorità morale e l'attività economica in una società pareconiana continui anche dopo l'instaurazione di un'economia partecipativa attraverso la rivoluzione popolare. Probabilmente è il caso di lasciare per il momento queste domande senza risposta. Effettivamente, troppo spesso vediamo solo due opzioni (pensiamo al capitalismo vis-à-vis pianificazione centralizzata...) - forse potrebbe esserci veramente il bisogno di un intervento politico in un'economia partecipativa, nelle poche aree in cui l'economia non è stata strutturata in modo tale da consentire di gestire certe situazioni. Bisogna però dare atto alla visione pareconiana di avere lasciato ben poco al di fuori del raggio d'azione delle istituzioni economiche che ha concepito - prima di farci preoccupare troppo da domande come quelle poste più sopra, dobbiamo ricordarci che domande di questo genere sono veramente poche.
Il ruolo del governo nell'istituire parecon
Dal momento che in altri articoli mi occupo in maggiore dettaglio della strategia per istituire un'economia partecipativa, commenterò solo brevemente sul ruolo che lo stato dovrebbe o non dovrebbe avere nella transizione economica. Ovviamente, se guardiamo al processo di transizione partendo da adesso, lo stato attualmente al potere ha un ruolo che ci piaccia o no. Ci sono dei chiari divieti legali legati allo sviluppo di parecon, ed il governo attuale è sicuramente schierato dalla parte degli avversari capitalisti dei sostenitori della parecon.
Questo non esclude, però, l'attività politica dalla gamma delle possibili tattiche. Se lo sviluppo di sindacati più democratici e forti è una componente della rivoluzione economica, allora ha senso rafforzare le leggi che proteggono l'organizzazione del lavoro. Se è ormai riconosciuto che un aumento della consapevolezza dei consumatori si presta alla creazione di forme sovranità dei consumatori in un'economia partecipativa trasformativa, è ragionevole fare pressione sullo stato affinché regoli la promozione e la presentazione dei propri prodotti da parte delle imprese capitaliste. Non solo, ma l'imperativo della sovranità dei consumatori, che nei termini politici attuali prende la forma di organi governativi che restringono il potere e le "libertà" dei produttori di sfruttare e prendere "scorciatoie", ci porta a sostenere un aumento dell'autorità dl governo nel campo della supervisione e delle limitazioni alla attività delle grandi imprese. Se la resistenza al neoliberismo rafforza le forze lavoro nazionali nel mondo, dobbiamo lottare contro gli accordi di "libero scambio" e sostenere le restrizioni legali ai movimenti dei capitali.
Molti di coloro che potremmo chiamare "anarco-puristi" sostengono che invocare l'intervento del governo (o la sua esistenza) rafforza lo status quo ed è dunque una maledizione per i nostri obiettivi. In realtà, questo suona in gran parte vero. Rivolgersi al governo per risolvere i nostri problemi certamente ci distrae dal nostro obiettivo di potere popolare. Eppure, dobbiamo essere disposti ad ammettere che in questo momento ci sono alcune forme di sfruttamento dei consumatori, dei lavoratori e dell'ambiente a cui i movimenti sociali esistenti non possono resistere direttamente. Mentre ogni attivista ha le sue priorità, ed i radicali tendono a mettere tra le loro priorità l'organizzazione popolare (anziché elettorale o legislativa), questo non significa che non si debbano riconoscere le piccole vittorie come le restrizioni al potere delle imprese di assaltare la gente e l'ambiente. C'è una notevole differenza tra l'usare le riforme come componenti tattiche di una strategia rivoluzionaria, e focalizzarsi sulla riforma della società come strategia.
Alla fin fine, siamo tutti d'accordo che l'attività organizzativa che volta le spalle allo stato, o lo affronta direttamente, in nome della democrazia diretta e dello sviluppo partecipativo di alternative economiche è assolutamente necessaria se vogliamo rivoluzionare la società. Dal momento che viviamo in una società con un governo molto forte, non possiamo negare che avrà un qualche ruolo nel cambiamento economico - prevalentemente resistendo (almeno per il momento), ma forse anche favorendolo.
Detto questo, dobbiamo essere tutti pienamente consapevoli che se l'economia rivoluzionaria che vogliamo deve essere veramente democratica e partecipativa, non può essere creata attraverso le leggi emanate dall'alto. Non avrà mai senso fare azione di lobby per l'implementazione di un sistema pareconiano, se non altro perché è ridicolo assumere che un qualunque governo possa volere sostenere un'economia che esclude per la maggior parte (se non completamente) l'intervento governativo e funziona in generale al di fuori dell'intervento politico. Inoltre, la natura generalizzata dell'economia partecipativa chiede che venga sviluppata ed emerga proprio dalle organizzazioni di base.
Nella misura in cui parecon è gradita agli obiettivi anarchici, per via delle sue strutture e processi caratterizzati da democrazia diretta, dovrà essere instaurata proprio attraverso degli strumenti coerenti con tali obiettivi. È solo attraverso un serio impegno alla base che saremo in grado di creare le basi di un sistema economico del quale essere veramente soddisfatti, magari beneficiando, nel corso del cambiamento, dalle vittorie ottenute attraverso l'agitazione politica.
Se invece parliamo di un diverso tipo di governo - una comunità politica rivoluzionaria gestita da un governo partecipativo, a democrazia diretta - la questione del ruolo del governo nello stabilire un'economia partecipativa cambia radicalmente. Ad un certo punto sarà necessario stabilire le regole, le politiche e le strutture necessarie al funzionamento dell'economia. Come gli autori del materiale esistente su parecon spiegherebbero per primi, non è auspicabile che coloro che oggi vogliono creare una nuova società si siedano a tavolino e comincino ad implementare la teoria pareconiana così com'è. Nel formalizzare ed instaurare un'economia partecipativa, sarebbe necessario un approfondito processo decisionale, basato sulla teoria e sull'esperienza.
I cambiamenti sarebbero necessari anche in una società caratterizzata da una base di imprese cooperative e partecipative. Anzi, questi processi decisionali e di transizione dovrebbero verificarsi ancora ed ancora in società e comunità differenti, con risultati variabili. Nei casi in cui si sono stabilite delle forme di governo democratiche, potrebbe avere senso che queste si incarichino dell'organizzazione di un'economia partecipativa, coordinando ed implementando il mandato popolare.
La cosa più probabile è che vengano istituiti dei consigli o dei comitati a diversi livelli, probabilmente indipendenti gli uni dagli altri, per scrivere delle proposte pubbliche per i regolamenti, le politiche, etc, di una parecon. Idealmente ciò dovrebbe verificarsi in un periodo in cui il pubblico acquisterebbe maggiore consapevolezza sulla teoria e visione economica. Cioè, in un periodo rivoluzionario.

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